Oggi avevo intenzione di mettere giù due appunti sui giorni scorsi in Brasile ma proprio poco fa ho raccolto una testimonianza, dei ricordi, proprio dal luogo in cui sono nato.
Il tutto è correlato in parte ad un tema povertà-ricchezza di cui vorrei accennare quando tratterò il Brasile. Chiaramente non si possono fare paragoni o confronti con facilità, e infatti non lì farò, tratterò le cose separatamente.
La “testimonianza” arriva da mio padre, casualmente ci si è messi a parlare della situazione attuale, del fatto che abbiamo raggiunto l’apice di un benessere generalizzato e forse dobbiamo attenderci per il futuro una discesa nella parabola, anche se mai credo si potrà tornare indietro di 60 anni…
Far me e mio padre ci sono 31 anni di differenza ma a sentirlo parlare della sua infanzia sembra incredibile, sembrano non solo passati secoli, sembra di sentir parlare di un paese che non è il mio, tanto la sento distante come realtà.
Mio padre quando ha cominciato la scuola elementare non sapeva il nome di suo padre e non perché non esistesse o fosse scappato ma semplicemente perché non c’era mai, era sempre piegato a lavorare nei campi, tornava alla notte quando lui già dormiva. Sua madre, mia nonna, ebbe le doglie in campagna, corse a casa e partorì.
Da bambino mangiava la buccia delle arance, gli è capitato di mangiare gatti, ha scoperto prestissimo cosa significa soffrire la fame.
Non ha mai fatto i compiti non perché non gli andasse di farli ma perché nel pomeriggio andava a lavorare da un fabbro, fino a sera tardi.
Non ha fatto le scuole medie, non perché non lo volesse ma perché assolutamente non poteva, doveva lavorare, aveva 5 fratelli. A 12 anni lavorava in un caseificio, non c’erano sabati o domeniche, si cominciava col sorgere del sole o anche prima e si terminava dopo il tramonto.
Non sembrano racconti di mondi lontani? Eppure è stato qui… e non 5 generazioni fa…
Potrei fare tante altre considerazioni ma… per il momento mi fermo qui. Penso sia giusto ricordare da dove veniamo, da dove vengo, fermarsi un attimo a riflettere.
L'altra sera a circa 11260 km da qui mi son beccato stà visione in cielo.
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Di Papi non ne ricordo tanti e non me ne intendo granchè. Invece di sacerdoti ne ho conosciuti, come qualsiasi italiano direi...
In questi giorni si parla di Conclave e quando vedo quei signori vestiti di rosso faccio strane associazioni, penso soprattutto al loro grande potere nei paesi in qui "esercitano". Cardinali africani, indonesiani, sudamericani... fra i volti che ho visto neanche uno sembrava avesse la parvenza o lo sguardo "santo". Niente di strano…come faccio a vedere del "buono" basandomi sulla tv? E poi con i miei pregiudizi... che fanno si che loro siano simboli di potere e "superiorità" rispetto agli altri... vabbè è più forte di me, non li sopporto!
Questo post vuole però ricordare alcuni sacerdoti conosciuti in giro. In particolare ho sviluppato un ammirazione fortissima per i missionari, per la forza, la dedizione, il sacrificio. Il loro lavorare soprattutto nel sociale oltre che nella pastorale.
Di uno ho un ricordo particolare.
Era su un volo per il Kenya, aveva gli occhi pieni di luce, allegria e serenità. Messicano, andava dalla “sua” gente, in Sudan. Arrivato a Nairobi avrebbe organizzato lo “sbarco” per il sud cristiano del Sudan. Doveva trovare un pilota disposto a paracadutarlo nelle regioni del Sudan meridionale. Aveva trascorso una decina d’anni in quelle zone, era diventato un punto di riferimento per la comunità, cercava di proteggerli e alleviare le sofferenze in una regione in qui il governo anticristiano sudanese compiva razzie e ingaggiava una dura guerra da anni. La religione non era comunque la molla che muoveva il regime di Khartum, manco a dirlo… nella zona ci sono materie prime e il controllo non può sfuggire. Mi sembrava strana una guerra solo “religiosa”… e infatti non la era.
Il sacerdote messicano era stato espulso dal paese, poi rientrato ma intercettato di nuovo alla frontiera, riespulso e minacciato. A quel punto aveva deciso di rientrare un po’ nel nord del Messico, nella sua diocesi. Trascorse due anni vicino a Monterrey ma il pensiero andava sempre là, alla sua gente del Sudan… prendeva la decisione di ritornarci, aveva la gioia negli occhi. Ormai la sua vita sembrava non avere più importanza, era disposto a sacrificarla pur di stare con loro. Quando mi raccontava queste cose avevo i brividi. Ho cercato di contattarlo a Nairobi ma quando chiamavo era sempre fuori, probabilmente alla ricerca del pilota “avventuroso”. Sono certo che abbia raggiunto la meta. Mi chiedo dove sarà ora, certo che sia felice e sereno, ovunque si trovi.
Un altro episodio invece molto meno edificante.
A La Paz, Bolivia, un sacerdote mi ferma e mi chiede di dove sono… Italia… comincia a parlare un ottimo italiano, vive prevalentemente a Roma e ricopre una carica rilevante nella chiesa boliviana, mi sa che la sua base fosse comunque in Vaticano…
Mi invita nel suo ufficio per un the. L’ufficio è spazioso, moderno, “ordina” alla signora addetta di preparare un the. Il suo modo di fare mi fa gelare. Il potere e l’arroganza, ero imbarazzato per la signora quando questa mi ha servito. E’ cominciato un gran disagio per me, non stavo bene in quel luogo. Ha cominciato a fare apprezzamenti inequivocabili nei miei confronti… a quel punto mi ritrovavo a che fare con un sacerdote arrogante e potente che … ci provava con me. Non ricordo quali scuse riuscii a trovare per sgattaiolare via senza farlo risentire troppo. Quando mi sono allontanato ho tirato un gran sospiro di sollievo e nei giorni successivi ho fatto in modo di passare alla larga da quell’edificio nel centro di La Paz. Il timore di reincontrarlo c’era sempre… mi inquietava. Per me era una persona mostruosa. Non perché fosse gay, di questo normalmente non me ne può fregar di meno, non mi spaventano certo gli amici gay, al contrario… era quello che rappresentava, al sua attitudine “violenta”, il suo potere che sembrava consentirgli qualsiasi cosa certo di godere di una forte impunità.
Nella chiesa c’è veramente di tutto, per me c’è tanto di buono, encomiabile, unico, nella base… c’è tanto di marcio al vertice… Opinione personalissima e non obiettiva. Ci tengo a rimarcarlo.
Vorrei ricordare un grande uomo, grande sacerdote. Pochi giorni fa, il 24 marzo, ricorreva l'anniversario del suo assassinio per opera di squadroni della morte, a San Salvador.
Monsignor Oscar Romero
Ero troppo buono, troppo dalla parte dei poveri, dei deboli, degli oppressi. Per questo era scomodo... se il futuro Papa gli assomigliasse un po'...
Il capodanno in casa di Amir e Samira . Con tanta nostalgia per il loro paese.

Dal blog di Lilit.
Buon anno a chi lo festeggia e buona primavera a tutti oggi alle 13:33, inizia la primavera

Nowruz Haft Sin (Sette S)
Ogni iraniano, oggi in casa ha un tavolo apparecchiato con sette cose che cominciano con la lettera S (io ancora sto qui e devo ancora colorare le uova. Faccio sempre tutto all'ultimo minuto)
Sir: aglio
Serkeh: aceto
Sabzeh: un piatto di grano fatto germogliare
Samanù: mandorle cotte assieme al grano
Sekkè: una moneta possibilmente d'oro
Somagh: un frutto di bosco essiccato e consumato in polvere (che normalmente si usa per condire la carne alla brace)
Sib e Sorkh: le mele rosse
per sapere tutto sul Noruz cliccare qui
altri elementi necessari:
uova colorate (rappresentano la fertilità)
un pescolino rosso
uno specchio (messo al centro)
le candele
un libro sacro ( a scelta, tanto ce n'è per tutti i gusti da noi)
gli atei usano il libro di hafez (poesie)
un piatto di dolci e un bella arancia che galleggia in una ciotola d'acqua (facoltativo, dato che è un'usanza molto antica
Da oggi, nel tempo libero sul net, cerchero' di 'collegarmi' con i bloggers iraniani. Ieri sono cominciate le festivita' che precedono il capodanno persiano. Volevo scrivere qualcosa in merito ma penso sia molto meglio seguire cio' che dicono loro, gli iraniani, su questa loro 'sentitissima' festa, laica e pagana. Gli iraniani in questi giorni sono in fibrillazione, allegri... che bello sentirli cosi'...
Comicio facendo un copia incolla dal blog di lilit http://lilit.ilcannocchiale.it/
15 Marzo 2005
Aspettando il nuovo anno...
Da oggi cominciano i festeggiamenti. Dopo aver finito con le pulizie primaverili e dopo aver fatto germogliare e crescere un bel piatto di grano ( che adesso è quasi pronto e ornato con un bel fiocco rosso), gli iraniani in tutto il mondo da stanotte festeggiano, accendendo sette fuocherelli. Si salta sussurrando al fuoco questa frase: il tuo rossore a me, il mio pallore a te.
E' una festa che piace soprattutto ai bambini. Una volta, i più piccoli, andavano avvolti da un pezzo di stoffa o il chador della nonna, in giro per le case e battendo con un cucchiaio su una pentola chiedevano frutta secca e dolci dai vicini. Oggi si usa meno anche perchè per molto tempo ci hanno impedito di festeggiarla questa festa, i mullah. Vi lascio con qualche notizia poi vi farò vedere le foto intanto vado a rimediare qualche ramoscello secco. ciao :)






opsss, mi sono dimenticata di precisare che: l'anno nuovo(Now Ruz) sarà il 20 marzo:
NoRuz 2564 (1384) begins at 04:03:24 PM Tehran time on Sunday March 20, 2005
- at 07:33:24 AM New York time on Sunday March 20, 2005
- at 04:33:24 AM LA time on Sunday March 20, 2005
- at 12:33:24 PM London time on Sunday March 20, 2005
- at 01:33:24 PM Paris time on Sunday March 20 2005
-at 09:33:24 PM Tokyo time on Sunday March 20, 2005
-at 11:33:24 PM Australia/Newzeland time on Sunday March 20, 2005
questa festa invece si chiama "Charshanbe Suri" ed è la notte dell'ultimo mercoledì dell'anno
“Le persone per le quali ciò che è nuovo in viaggio diventa subito
familiare e amico e che hanno occhi per le cose autentiche e preziose, sono le
stesse che hanno trovato un senso nella vita e sanno seguire la loro stella.
Una forte nostalgia per le fonti della vita, l’esigenza di sentirsi amici e
partecipi con tutto ciò che c’è di vivo, che crea, che cresce, è la chiave per i
segreti del mondo che essi inseguono desiderosi e felici non solo durante i
viaggi in terre lontane, ma in egual misura nel ritmo della vita e delle esperienze
quotidiane.”
[...]
“Ah, la vera voglia di viaggiare non è altro che quella voglia
pericolosa di
pensare senza timori di sorta, di affrontare di petto il mondo e di
voler avere
delle risposte da tutte le cose, gli uomini gli avvenimenti. Una
voglia che non
può essere placata con progetti e dai libri, che esige sempre di più
e costa
sempre di più, in cui bisogna mettere il cuore e il sangue.
Davanti alla mia finestra il dolce, tiepido vento d’occidente fruga
nel lago
negro, senza nessuno scopo, infuriando nella sua passione e
consumandosi,
selvaggio e insaziabile.
Così selvaggia e insaziabile è la vera voglia di viaggiare, lo
stimolo di
conoscere e sperimentare cose nuove, che nessuna conoscenza e nessuna
esperienza
riescono a saziare. Uno stimolo che è più forte di noi e di tutte le
catene, che
vuole sempre più sacrifici da chi ne è dominato.
Non ci sono forse uomini che vanno a caccia di denaro, e del favore
delle donne
e di principi in maniera selvaggia e oltre ogni limite, fino ala
rovina? Ecco
così andiamo a caccia noi, noi patiti di viaggi, di ciò che si può
prendere
dalla madre terra, con il desiderio di essere un tutt’uno con lei,
possederla e
abbandonarsi a lei, in una misura che non si può ottenere, ma solo
sognare,
desiderare, agognare.” [...]
Herman Hesse 
(Gentilmente passatami da Kore.a)