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giovedì, 30 giugno 2005
Concordia

Parto dalla fine... della giornata, cioe' ora, le 00,15, e sono 35, suonati!

Non saprei da dove cominciare, giornata pienissima fra Curuzu e Concordia, confine con l'Uruguay. Stasera ho abbandonato la carovana, mi dirigo alla periferia di Baires da solo. I bambini passeranno la notte in autobus ed era giusto lasciare libero il mio spazio di modo che il mio giovane vicino di poltrona potesse distendersi libero dal 'tano' intruso... 

E' stata dura distaccarsi dal bus e dalla comitiva anche se per poche ore, sarà durissima venerdi in Plaza de Mayo salutarsi con i bambini. Vabbè se continuo scendo nel sentimentale e nell'emotività...

Poco fa sugli scalini della palestra in cui siamo stati ospitati per la cena mangiavo la mia razione di pollo e riso a fianco di un simpatico e dolce signore. I bambini del suo gruppo si avvicinavano a lui, lo salutavano, lo abbracciavano affettuosamente e lui dava loro un bacio in testa... sembravano tutti figli suoi. Parlavamo dell'accoglienza straordinaria ricevuto in citta', dalla periferia al centro, è un crescendo. Ormai, anche se i media hanno cercato   di tenere bassa l'attenzione sulla marcia, è diventata inevitabile la "notizia" . I ragazzi quando passavano lasciavano il segno e contagiavano, non si poteva non parlarne, troppo il frastuono e la trasmissione di entusiasmo. In un paesino da cui siamo passati abbiamo sentito dire "passano quelli della televisione..." nel senso che ormai la marcha era passata sui canali e aveva vinto. Il governo ha voluto tenere basso il profilo ma è stato travolto, ora si aspetta Buenos Aires, sembra che dai quartieri periferici arrivino svariate decine di autobus organizzati e non si riuscirà  a caricare tutti quelli che vorrebbero esserci. Cacho, questo buon'uomo dagli occhi dolci scuoteva la testa e mi diceva "ma tu hai visto la ricchezza delle campagne che abbiamo attraversato in questi giorni e in Argentina siamo in pochi abitanti... come e' possibile? com'e' possibile che qui a Concordia 3 bambini su 4 vivano al di sotto della soglia di poverta'? come si spiega che questo centro sia fra i piu' poveri del paese? La periferia attraversata prima di arrivare in citta' era in effetti molto eloquente.

Una persona oggi mi ha chiesto cosa chiedono questi ragazzi con questa marcha, cosa chiedono gli organizzatori. Stasera parlando mi hanno risposto gli organizzatori stessi, casualmente, senza che lo chiedessi, anche se a dire il vero l'avevo già capito. Non chiedono niente per loro, non si sono lasciati abbagliare da offerte fatte prima della marcha da progetti che avessero favorito le loro organizzazioni, sono andati avanti,  lottano per un messaggio, un ideale, per tutti i bambini argentini, e anche per gli altri. L'obiettivo è la sensibilizzazione, l'attenzione su di loro. La manifestazione sembrava non si potesse fare alcuni mesi fa, non c'erano fondi sufficienti, il costo è molto alto, il noleggio dei 6 bus per 12 giorni è fuori portata. Per fortuna è intervenuta inaspettatamente l'Unicef. Tanti sforzi, costi enormi per chi come queste organizzazioni vive alla giornata e non ha risparmi da parte, uno sforzo da parte di chi localmente ha dato accoglienza e ristoro ai bambini. Tutto questo per un messaggio molto forte, che penetra, che è penetrato.

A seguire la marcha ci sono anche due "madres" (de plaza de Mayo...). Sono partite da Tucuman, all'inizio, dormono con i bambini e condividono tutto con loro... oggi parlavo con Keca e quando le ho chiesto quanti anni avesse non ci potevo credere, 81. Ci sono due o tre generazioni fra loro e i bambini, queste anziane donne sanno che occorre puntare sui bambini, chi sta nel mezzo spesso sembra non averlo ancora capito, lo sforzo di questa marcha mira a questo.

Oooopppsss, fra 8 minuti parte il bus... corrrrooooo

http://fotoalbum1.aruba.it/fotoalbum_nicoway_it/photos/Argeavi/Marcha/movies/VCLP1490.avi

http://fotoalbum1.aruba.it/fotoalbum_nicoway_it/photos/Argeavi/Marcha/movies/VCLP1512.avi

http://fotoalbum1.aruba.it/fotoalbum_nicoway_it/photos/Argeavi/Marcha/movies/VCLP1513.avi

Postato da: nicoway a 04:51 | link | commenti (3)
america latina, marcha por la vida

mercoledì, 29 giugno 2005
Accoglienza a Curuzu

A Curuzu Cuatia oggi accoglienza strordinaria, commovente, tutti i bambini del paese schierati con bandierine colorate sulle strade, tanti gli applausi e la commozione nel vedere arrivare i 300 piccoli grandi eroi...

Ma poi, per quanto mi riguarda...quando dice sfiga dice sfiga.  Arrivo in un salone dove sono sistemati i materassini dei bambini e mi accorgo poco dopo di aver pestato una merda di qualche kilo, 'na puzza (nota di colore, marrone!!!)... il tutto dovrebbe comunque portar bene e invece...scarico i video fatti in giornata che fra l'altro oggi servirebbero all'organizzazione per il sito web della marcha, il pc non si ripiglia più, errore sul disco rigido (neanche lui ha resistito all'odorino...). Vaffanc... alla tecnologia e a me che continuo ad essere un pirla con hardware, software etc.

Curuzu è un luogo speciale, ho chiesto la ragione del perchè venire qui in culo ai lupi ma, mi dicono, qui vive suor Martha Pelloni... ne parlerò piu' avanti, persona straordinaria. Oggi bastava guardarle il viso, il grande sorriso carico di gioia, per rendersene conto.

Video del discorso di "Hermana" Martha Pelloni

http://fotoalbum1.aruba.it/fotoalbum_nicoway_it/photos/Argeavi/Marcha/movies/Martha Pelloni 1.avi

 

 

 

 

Postato da: nicoway a 02:39 | link | commenti
america latina, marcha por la vida

Sulla strada per Curuzu Cuatia

Da dove cominciare? Da ora… Mi trovo sul bus per Curuzu Cuatia, nord del paese, circondato dai bambini che mi osservano e dicono ‘che! escrive re-rapido’, ma non e’ vero Anto… Hanno appena finito di guardare le foto fatte ieri a Santa Fè e Paranà, tutti appiccicati uno sopra all’altro a rivedersi, ridere e prendersi il giro.
Tirare fuori il laptop è stato meno ‘difficile’ del previsto. Sono ragazzi particolarmente maturi, hanno ben presente la situazione, la realtà che vivono loro e quella che vivono altri. Questo è importante. Una cosa che mi ha colpito è che nessuno di loro dice ‘lo voglio’. Non l’ho mai sentito, in nessun momento, per nessuna cosa. Sono disciplinati, sopportano bene la stanchezza, il sacrificio di questi spostamenti, le lunghe camminate nelle città. Nessuno si lamenta. Ci sono bambini di tutte le età, dai 2 anni(!!!) ai 16. Quelli fino a 8 anni sono accompagnati da un genitore, gli altri vengono soli, con il loro zainetto, lo ripongono ordinatamente sul bus, fanno la fila con ordine quando aspettano di sedersi per il pasto. Prendono il loro materassini e le coperte, le stendono, sembrano già autosufficienti per molte cose.
Il lavoro dei 100 accompagnatori è impegnativo, sono estremamente attenti. Devono fare la massima attenzione alla sicurezza dei ragazzi, hanno tutto il peso della responsabilità su di loro, in ogni momento. Il rischio che un bambino si perda, o peggio, il rischio, non da escludere, che uno sparisca, venga rapito.
Per me non è stato immediato l’ingresso nella marcha, il poterli seguire. Avermi dato il pettoralino azzurro è stato il segno che mi identificava come appartenente al gruppo ma non è stato immediato, proprio perchè ero comunque un estraneo a molti dell’organizzazione e il proteggere i bambini significa anche alzare al massimo la diffidenza verso chi entra nel gruppo come ‘estraneo’.
Ieri per me e’ stato il primo giorno di marcha attiva.
E’ stato estremamente emozionante vederli per la prima volta al loro arrivo nel centro di Santa Fe, sei pulman, un paio di pulmini con bandiere argentine svolazzanti ai finestrini, davanti a tutti un trenino. I bambini coloratissimi, musica, tamburi, striscioni, tanti sorrisi. Sulle strade persone che aspettavano il loro passaggio, in particolare scolaresche, altri sorpresi da questa manifestazione, tante donne ai lati della strada con gli occhi lucidi, i bambini salutavano e ricevevano sguardi pieni di affetto e tenerezza. La tenerezza… in uno striscione dicono ‘Con ternura venceremos’.
 
 
L’energia che trasmettono e’ veramente contagiosa. I 300 ragazzi della marcha stanno davanti, preceduti da un trenino che canta la loro canzone, dietro bambini e giovani della citta’ che li ospita. E’cosi’ in tutte le citta’ che toccano. Sono loro le stelle, io li definirei quasi eroici… percorrere 4500 km in dodici giorni, dormire per terra nelle scuole o sul bus, non lamentarsi mai, essere ben coscienti del messaggio che portano in giro per il paese, la volonta’ di sensibilizzare. Sul pettoralino c’e’ la frase slogan della marcha ‘El hambre es un crimen’.
All’ingresso delle citta’ ci sono membri delle organizzazioni locali di aiuto ai bambini che danno il benvenuto con bandiere, i bambini dagli autobus si sbracciano per salutare tutti. Nelle periferie le persone escono dalle loro case o si affacciano alle finestre, spesso non sanno che cosa sta succedendo… 6 bus pieni di bambini che salutano. Vengono da tutto il paese, Baires, Cordoba, Tucuman, Neuquen.
Gran parte delle popolazione sembra non conoscere l’esistenza di questa marcha, non e’ stata molto pubblicizzata prima dell’inizio, evidentemente non c’e’ molto interesse a fare troppa confusione con queste problematiche. Parlare di fame costringe il politico locale a dare delle giustificazioni e spesso non ce ne sono. Chiaro che in campagna elettorale ne riparleranno dicendosi pronti a risolvere la piaga.
Prima o poi vedo che tutti si fanno avanti per chiedere chi sono. Molti non capiscono, non sono stato presentato ufficialmente, meglio cosi, sarei arrossito… alcuni bambini li conoscevo gia’, si ricordavano di me e io di loro, sono quelli di Jose C. Paz e Moreno, la periferia di Baires, il contatto e’ stato facilissimo, la simpatia e’ reciproca. Rimango un Ufo, c’entro molto poco con questa realta’, tutti immancabilmente mi chiedono che cosa faccio qui, se sono venuto apposta dall’Italia, non capiscono, neanch’io piu’di tanto so cosa dire. Non faccio parte di ong o organizzazioni umanitarie, non sono giornalista… Que haces aca’??? Y que se yo! El tema me interesa y listo...
In questo momento stiamo attraversando l’immensa campagna dello stato di Entre Rios.
 
 
A proposito, ieri pomeriggio eravamo nella capitale di questo stato chiamato anche la Mesopotamia argentina, in effetti e’ come un isola, circondato da due enormi fiumi, il Paraguay ad Est e il Parana’ ad ovest. E’ una zona agricola, molto fertile, tanti campi coltivati, soprattutto a soya, prodotto che e’ stata la fortuna di tanti agricoltori locali negli ultimi anni. Tanti i bovini nei campo, un po’ il simbolo della ricca agricoltura argentina. Ed e’ proprio qui, nel paesino appena passato, Federal, che poco fa e’ stata gridata l’assurdita’ di un paese tanto ricco di alimenti e tanto ingiusto con un tasso impressionante di denutrizione infantile.
In questi giorni mi son sentito ripetere da tante persone, soprattutto taxisti, la solita storia… pena per i bambini ma la colpa e’ dei padri… non hanno voglia di lavorare, godono dell’assistenzialismo, fanno tanti figli… se anche cosi’ fosse, ma non e’ cosi’, lo puo’ essere solo in certi casi, sarebbe sufficiente liquidare cosi’ questo enorme problema? Ieri la proprietaria dell’hotel in qui ho alloggiato a Santa Fe mi ripeteva questo stesso disco avvertendomi allo stesso tempo di fare attenzione alla macchina fotografica, non tenerla esposta. Bene… se non ci si occupa dell’infanzia questi bambini fra 10 anni o meno saranno quelli che ruberanno la macchina fotografica a me e ruberanno a lei l’incasso, come ora fanno certi padri e adolesecnti Indipendentemente dalle responsabilita’ dei padri, cresciuti spesso nella stessa condizione disagiata di questi bambini, occorre capire che questi ultimi non hanno alcuna colpa e sono quelli che potranno in un futuro creare un mondo migliore, piu’ giusto, senza fame. Dipende dalla loro alimentazione, educazione e affetto ricevuto il futuro del paese. Se non si cambia qualcosa gia’ ora fra 10 anni non sara’ cambiato niente. I bambini figli di benestanti dovranno da grandi rinchiudersi in barrios cerrados per vivere e i bambini affamati di oggi cercheranno di scavalcare il recinto.
I bambini sono realmente il futuro del paese, di questo come di tutti gli altri, ma il loro futuro lo si costruisce adesso, nel presente.
 
 
Il mio aspetto un po da yankee mi espone alla curiosita’ di chi circonda la marcha, persone comuni e addetti stampa, giornalisti. Ieri una radio mi ha chiesto se con la mia visione da straniero avevo un nome, una ricetta, per far uscire il paese da questa situazione. Lo chiedeva a me… y que se yo! Sicuramente puntando l’attenzione e la sensibilta’ sui bambini si investe per il futuro ma per il momento attuale ho risposto che se fosse per me gli regalerei Berluhconi, l’uomo dei miracoli.
 
 
Poco fa i bambini del bus che mi ospita hanno chiesto una lezione di italiano… rapidissimi nell’apprendimento, come tutti i bambini…
Tanto altro da dire, soprattutto l'accoglienza della gente e la tenerezza, la bellezza dei bambini argentini. Poco tempo per scrivere...
 
 
Altre foto qui: http://www.nicogallery.com/Marcha-por-la-vida
 

Postato da: nicoway a 02:34 | link | commenti
america latina, marcha por la vida

sabato, 25 giugno 2005

Mi trovo a scrivere questo post dall’aereo, da poco decollato da Milano con destinazione Buenos Aires. E’ una bella sensazione per me quella di scrivere dall’alto, distaccato dalla terra, sospeso a 12000 metri con 13 ore di volo notturno davanti… in questo momento, qui sotto, le luci di Marsiglia.
 
Sto andando in Argentina per partecipare a quello che considero e’ un grande evento sociale, carico di significato la ‘Marcha por la Vida’. In un post di due mesi fa avevo scritto di questo mio desiderio, speranza di poter partecipare, e’ andata bene.
 
A questa marcha, giunta alla terza edizione (le prime nel 2001 e 2002), partecipano circa 300 bambini poveri accompagnati da membri di organizzazioni in prima linea nell’aiuto a questa enorme piaga che e’ la poverta’ infantile, situazione in cui vivono almeno il 70% dei bambini sotto i 14 anni in Argentina.
 
Percorreranno 4500 km, partendo dal nord del paese e zigzagando fra Catamarca, La Rioja, Cordoba, Santa Fe’, Parana’, Curuzu Quatia, Concordia, Buenos Aires. Sono gia’ partiti, il 20 giugno, da Tucuman. Ho potuto seguire le prime tappe via web attraverso gli aggiornamenti del sito www.pelotadetrapo.org.ar. Leggere i discorsi dei bambini, l’accoglienza ricevuta nelle citta’ dalla popolazione, emoziona…
Poche ore fa ho parlato con amici in Argentina. Ieri ad Ana, amica organizzatrice della manifestazione, e’ stato chiesto se desiderava le portassi qualcosa dall’Italia, di solito la risposta e’  standard: parmesano (REGGIANO, aggiungo sempre io). Stavolta no, mi e’ stato chiesto scherzosamente di portare un ‘doccia’, vivono sulla strada da ormai 4 giorni…
 
Raggiungero’ la marcha a meta’ del suo percorso, domani sera, a Santa Fe. Rimarro’ con loro fino al termine, all’epilogo del 1 luglio in Plaza de Mayo. Ci sara’ pure il tempo per compiere gli anni, penso e soprattutto spero (!) di essere a un terzo della mia vita, visto che, come Sai Baba, avrei gia’ deciso l’anno della mia morte, il 2075.
 
Oggi pomeriggio mettevo i miei due stracci nel bagaglio a mano e mi sono fermato ad osservare lo zainetto… bello, fin troppo bello… e quello che avevo messo dentro, la macchina fotografica, la microvideocamera, il laptop e ho cominciato a pensare, riflettere. Quando saro’ la in mezzo a loro, ai bambini, con gli amici di Jose’ C. Paz che seguono la marcha. Io saro’ un UFO, un ricco, uno che si e’  potuto permettere di trasvolare l’Atlantico con la sua bella attrezzatura, in mezzo a chi non puo’ neanche sognarle certe cose. Ripeto, neanche sognarle. E pensavo a quando parlavo con Roberto di Radio Tinkunako, ragazzo curiosissimo, con tanta voglia di conoscere, crescere, un cuore molto grande, ma nato, a differenza del sottoscritto, in un mondo in cui non ti viene offerta nessuna opportunita’. Anzi, due opportunita’ ci sono, la rassegnazione e la delinquenza. Occorre scegliere fra una delle due. Roberto e’ riuscito a non cadere in nessuna di queste ma la via che percorre non permette di sognare molto, e’ una strada improvvisata, portata avanti con grande sforzo ma senza una meta, un obiettivo, proprio perche’  le opportunita’ non ci sono e il trovarne una sara’ anche se credo non impossibile. Non puo’ ancora sognare ma forse un giorno potra’.
Ricordo quando gli raccontavo della mia vita, la mia giornata tipo, i viaggi, mi ascoltava silenzioso, io spesso cadevo in un forte imbarazzo. Era un po’ come  parlare di un cibo delizioso ad una persona che ha fame. Non sapevo come fare, se arrestarmi per una forma di rispetto e forse ancestrale senso di colpa, Roberto mi chiedeva di continuare con le sue domande. Ho parlato di questa mia difficolta’ con Ana, mi capiva ma mi esortava a non arrestarmi, il problema era mio, per lui era un motivo di arricchimento, un piacere ascoltarmi parlare di certi luoghi che avevo conosciuto, perche’ privarlo di questo piacere?  Queste parole non le ho fatte ancora mie. La difficolta’ a relazionarmi da ‘ricco’ continuano. Per ricco intendo chi ha avuto aperte tante strade come me, ha potuto scegliere, e’ cresciuto in un paese del primo mondo. Nel mio paese non sono ‘ricco’, ho avuto le normali opportunita’ di un ragazzo della classe media, figlio di operai.
 
Immagino gia’  l’imbarazzo che avro’ nel tirare fuori il laptop (se lo faro’…) e far vedere ai bambini durante gli spostamenti le foto che mammano faro’. Mi sentiro’ a disagio ma so che loro saranno contentissimi di rivedersi dopo pochi minuti sul monitor. Proprio qui c’e’ il corto circuito, per me.
 
Cosa fare quindi, decidere di diventare povero per azzerare le distanze? No, in fondo son troppo viziato, non ho molta voglia di fare tante rinunce, fare un voto di poverta’…no… Forse e’  sufficiente cominciare a fare piu’ attenzione a loro. Mantenere nei limiti del possibile le mie possibilita’, sfruttare le potenzialita’ che ho, mettere a disposizione il surplus che ho e che posso generare grazie alle opportunita’ che ho avuto e probabilmente continuero’ ad avere. Cedere quel di piu’ a chi ne ha bisogno. Non mi privero’ della macchinetta digitale e neanche dello scassone di renault 19 con cui vado in giro ma potro’  privarmi di parte di cio’ che mettero’ in banca, cio’ che andrebbe messo nella tomba nel 2075. Non avra’ senso arrivare a quella meta con un carico di mattoni o dei bond in banca. Come? Regalando denaro? No! Meglio dei piccoli gesti mirati. Dare la canna da pesca, non regalare il pesce… cercare di capire qual’e’ la giusta canna, l’amo appropriato.
 
Roberto e gli altri ragazzi della Radio non hanno telefono e chiaramente PC o internet. Si puo’ cominciare da li’… cercare di ottenere la linea telefonica (nel quartiere dei ragazzi e’ un’impresa!), passare loro un pc usato, magari un portatilino, registrarsi ad un provider per la connessione ad internet. Questa rappresenta gia’ un’opportunita’ immensa, cio’ che per noi e’ ormai una cosa scontata, normalissima, talvolta un capriccio. Internet sarebbe possibilita’  di leggere, conoscenza, apertura al mondo e per chi ha cosi tanta fame e voglia di conoscere potrebbe essere lo strumento che genera una svolta, il seme…
Si-si-si, comincero’ da li’ appena torno da questa ‘vacanza’. Se qualche pollastro che legge queste righe ha un portatile da svendere con queste caratteristiche minime, 20 gb hard disk, 256 ram… glielo compro, nella speranza che non mi faccia la cresta…  Nei prossimi due mesi tornero’ sicuramente a Baires per lavoro e il laptop verra’ consegnato ai ragazzi della radio.
 
Tornando a domani, all’arrivo a Santa Fe… ho riesumato un articolo del Manifesto che mi era stato segnalato. E’ del 14 aprile di quest’anno, firmato da Riccardo de Gennaro, parla di una combattiva ragazza 29enne che vive nel quartiere Santa Rosa di Santa Fe. Riporto alcuni stralci: ‘L’unica cosa che il potere ci offre - dice Mariela - e’ una brutale forma di assistenzialismo, peraltro insufficiente a fare fronte alle esigenze minime. Io, di questo tipo di aiuti,non ne voglio piu’ sentir parlare, non mi interessa la distribuzione della tazza di latte o del piatto di minestra e poi tutti a casa. La cosa piu’ importante per me e’ fare in modo che i giovano prendano coscienza di se stessi e imparino un lavoro.. Qui la maggior parte della gente non ne ha mai avuto uno, non puo’ nemmeno dire di essere disoccupata, non e’ niente’.
Nella villa miseria di Santa Rosa (45000 abitanti registrati all’anagrafe piu’ tutti gli altri mai registrati…)  c’e’ una sola piazza, le case sono fatte di mattoni a vista e hanno il tetto di lamiera ondulata. Non c’e’ un luogo dove potersi incontrare, non un giardino dove giocare, non c’e’ la luce elettrica, non ci sono campi sportivi, ne palestre. Non c’e’ l’acqua. ‘Un bambino a scuola oggi non apprende nulla, mentre in carcere ci sono un sacco di corsi di artigianato. Ti pare che per imparare un mestiere i giovani devono andare in galera?
Ho l’impressione o forse la speranza di incrociare Mariela nelle prossime 72 ore, chiedero’ sicuramente se sara’ della marcha, all’interno di Santa Fe… credo proprio ci sara’.
 
Termino queste divagazioni ‘aeree’ con il ‘Porque marchamos?’ dal sito di pelodetrapo.
 
PORQUE MARCHAMOS

Il futuro è oggi: SONO I NOSTRI BAMBINI

La povertà è un crimine. È necessario fermarla. O si o si. Perchè nel nostro paese non mancano nè il cibo, nè i piatti, nè le mamme, nè i medici, nè i maestri. Manca invece la volontà politica, l’ immaginazione istituzionale, la comprensione culturale e la voglia di costruire una societá di uguali che assicuri ad ogni bambino argentino l’opportunità vitale di svilupparsi sano e di crescere con dignità.
L’ infanzia è la più importante delle risorse naturali non rinnovabili del nostro paese giacchè la maggioranza delle capacità umane rimangono –in certo modo- determinate durante i primi anni di vita.
L’ infanzia è pertanto la grande opportunità della società per migliorare se stessa negli aspetti biologico, culturale, economico ed anche politico. L’ infanzia è il terreno più fecondo per seminare l’ intelligenza, il lavoro, la creatività, la giustizia e la democrazia.
Alla luce delle conoscenze scientifiche attuali può dirsi che il bambino è l’ essere vivo con la maggior capacità d’apprendistato sul pianeta. Con l’aiuto della psicologia possiamo affermare che ogni uomo impara nella propria infanzia, per sempre. Questo vuol dire che i benefici ed i danni accaduti nei primi anni hanno effetti che perdurano per tutta la vita. È perciò che tutto quello che una società fa per il benessere dei suoi bambini può essere considerato come un vero investimento in termini di condizione umana e di paese.
L’infanzia non aspetta. Le opportunità vitali che non si possiedono nel trascorso dei primi anni di vita si sono perse per sempre. E l’infanzia perduta è fra le poche cose che una società non può ripristinare ne materialmente, ne psicologicamente, ne culturalmente.
La crescita sana e felice dell’infanzia dev’essere così importante per l`Argentina come lo sviluppo economico perchè quest`ultimo dipende e dipenderà negli anni futuri dalla qualità di vita che la nostra società sarà capace di dargli in questo preciso momento. Quando lui si sta facendo proprio adesso le ossa, allevando il suo sangue e cimentando i suoi sensi, direbbe con letteratura maggiore Gabriela Mistral.
Il 70 % della popolazione totale del paese fra i  minori di 18 anni, ossia nove milioni e mezzo di bambini si trovano nella povertà più profonda, la metà già quasi non mangia. Ogni giorno più di cento bambini –con meno di cinque anni- muoiono per causa della povertà. Quando parliamo di mortalità infantile non dobbiamo soltanto includere i bambini che si porta via la fame ma anche quelli dannati per sempre fisicamente, intellettualmente ed emozionalmente prima della nascita delle parole.
La fame è un crimine che annichilisce il prodigio della vita. Dev`essere fermata. Senza dubbi. I bambini sono il più nobile patrimonio della società argentina. I bimbi sono di tutti, se mangiano o non mangiano, se vanno alla scuola o la lasciano, se piangono più di quanto ridono. E dovere morale e politico di tutta la società mutare questo stato di cose. L’Argentina ha oggi la responsabilità morale, culturale e politica di dare ad ogni bambino una vita che meriti di essere vissuta.
Senza un’infanzia sana, gramolata ed intera, è impensabile un’Argentina migliore. Perchè un paese che condanna i suoi bimbi all’azzeramento delle opportunità è un paese che condanna se stesso. Un paese senza un progetto specifico per l’infanzia è in senso stretto un paese senza progetto.
Eppure il paese si dissangua in bambini. È necessario mettere in moto la nostra dignità, dire di no agli azionisti dei bimbi scalzi. Armarsi di voglia: un volo radente di colombe, uno sparo di palloncini. Non c`è verità più armata che la pura innocenza.
Il 20 giugno centinaia di bambini ed educatori cominceranno nella città di Tucuman una marcia basata sullla loro voglia di vivere, affinchè germoglino i pani sulla tavola in uno sguardo di tovaglie, per vestirsi di spolverini bianchi, per dire lavoro, per cantare infanzia, per baciare la famiglia. Percorreremo 4.500 chilometri attraversando geografie, cercando quel battito di cioccolato che nutre il nostro popolo, saliti su una speranza che si costruisce tenerezza a tenerezza fino a fondare una nuova illusione della vita.
Arriveremo a Plaza de Mayo il 1º luglio, per unire i pezzettini di sogni. Per incontrarci nell’allegria di sapere che possiamo costruire un paese per tutti.

Alberto Morlachetti
Coordinatore Nazionalel
Movimento Nazionale dei Bambini dal Popolo

 
Sotto di me in questo momento il Marocco, tutto buio…
 
 
 
arrivo previsto fra 10 ore 58 minuti. Mi do la buonanotte...
 
Apro gli occhi, guardo il monitor, alla mia destra il paraiso verde amarelo, bom dia. Ti addormenti e ti risvegli nell'emisfero australe dopo aver attraversato un pezzo di Sahara e tanto mare, quasi avessi sognato...
 
 
 
Eccomi...
 
 
 
 le luci di Baires...
 
 
Come mi piace il sorvolo di questa stupenda citta´ E' ancora buio, sono le 6,50, siamo in pieno inverno australe. Buen dia.
 

Postato da: nicoway a 15:52 | link | commenti (5)
america latina, marcha por la vida

domenica, 19 giugno 2005
Artisti in giro

New York domenica scorsa, Chicago ieri.

Primavera inoltrata, ormai estate... il periodo migliore per le uscite degli artisti di strada. Domenica scorsa a Manhattan c'era il Puerto Rico day, la zona intorno a Times Square era invasa da latini e ... gangs che nei loro quartieri farebbero un po'  paura, in centro no, fanno solo "colore".

Ieri a Chicago giornata tersa e tiepida, piacevolissima, tanta gente a passeggiare in centro.

In entrambi i casi tanti "artisti di strada" che animano e danno un tocco di allegria in più a chi passeggia. Sto facendo delle prove con i video. Inserisco alcuni link di spezzoni di video fatti a questi artisti particolari. Per poter vedere i video occorre scaricare divx.  Da:  http://www.divx.com/divx/download/

Sconsiglio di farlo a chi ha connessioni lente, gran perdita di tempo per vedere cortofilmati assolutamente non "da non perdere".

Chicago:

http://fotoalbum1.aruba.it/fotoalbum_nicoway_it/photos/Video/USA/movies/Tamb.avi

New York:

http://fotoalbum1.aruba.it/fotoalbum_nicoway_it/photos/Video/USA/movies/rap.avi

http://fotoalbum1.aruba.it/fotoalbum_nicoway_it/photos/Video/USA/movies/rap2.avi

http://fotoalbum1.aruba.it/fotoalbum_nicoway_it/photos/Video/USA/movies/Rapbam.avi

http://fotoalbum1.aruba.it/fotoalbum_nicoway_it/photos/Video/USA/movies/rel.avi

http://fotoalbum1.aruba.it/fotoalbum_nicoway_it/photos/Video/USA/movies/cra.avi

Ieri ho letto un pezzo che mi è parso particolarmente interessante e che credo debba fare molto riflettere.

La Cina comunista: paradiso per le multinazionali, inferno per i lavoratori

I lager cinesi che fabbricano il sogno occidentale. I lavoratori svelano le spaventose condizioni di lavoro. Orari infernali, sfruttamento
e paghe da fame.

Di Federico Rampini

Per confezionare un paio di Timberland, vendute in Europa a 150 euro,
nella città di Zhongshan un ragazzo di 14 anni guadagna 45 centesimi
di euro. Lavora 16 ore al giorno, dorme in fabbrica, non ha ferie né
assicurazione malattia, rischia l'intossicazione e vive sotto
l'oppressione di padroni-aguzzini. Per fabbricare un paio di scarpe da
jogging Puma una cinese riceve 90 centesimi di euro: il prezzo in Europa è
178 euro per il modello con il logo della Ferrari. Nella
fabbrica-lager che produce per la Puma i ritmi di lavoro sono così intensi che i
lavoratori hanno le mani penosamente deformate dallo sforzo continuo.
Gli operai cinesi che riforniscono i nostri negozi - l'esercito
proletario che manda avanti la "fabbrica del mondo" - cominciano a
parlare. Rivelano le loro condizioni di vita a un'organizzazione umanitaria,
forniscono prove dello sfruttamento disumano, del lavoro minorile,
delle violenze, delle malattie. Qualche giornale cinese rompe l'omertà.
Ci sono scioperi spontanei, in un Paese dove il sindacato unico sta
dalla parte dei padroni. Vengono alla luce frammenti di una storia che
è l'altra faccia del miracolo asiatico, una storia di sofferenze le
cui complicità si estendono dal governo di Pechino alle multinazionali
occidentali.
La fabbrica dello "scandalo Timberland" è nella ricca regione
meridionale del Guangdong, il cuore della potenza industriale cinese, la
zona da cui ebbe inizio un quarto di secolo fa la conversione accelerata
della Cina al capitalismo.
L'impresa di Zhongshan si chiama Kingmaker Footwear, con capitali
taiwanesi, ha 4.700 dipendenti di cui l'80% donne. Ci lavorano anche
minorenni di 14 e 15 anni. La maggioranza della produzione è destinata a
un solo cliente, Timberland. Kingmaker Footwear è un fornitore che
lavora su licenza, autorizzato a fabbricare le celebri scarpe per la
marca americana. Le testimonianze dirette sui terribili abusi
perpetrati dietro i muri di quella fabbrica sono state raccolte
dall'associazione umanitaria China Labor Watch, impegnata nella battaglia contro lo
sfruttamento dei minori e le violazioni dei diritti dei lavoratori.
Le prove sono schiaccianti. Di fronte a queste rivelazioni il
quartier generale della multinazionale ha dovuto fare mea culpa. Lo ha fatto
in sordina; non certo con l'enfasi con cui aveva pubblicizzato il
premio di "migliore azienda dell'anno per le relazioni umane"
decretatole dalla rivista Fortune nel 2004. Ma attraverso una dichiarazione
ufficiale firmata da Robin Giampa, direttore delle relazioni esterne
della Timberland, ora i vertici ammettono esplicitamente: "Siamo
consapevoli che quella fabbrica ha avuto dei problemi relativi alle
condizioni di lavoro. Siamo attualmente impegnati ad aiutare i proprietari
della fabbrica a migliorare".
I "problemi relativi alle condizioni di lavoro" però non sono emersi
durante le regolari ispezioni che la Timberland fa alle sue fabbriche
cinesi (due volte l'anno), né risultano dai rapporti del suo
rappresentante permanente nell'azienda. Sono state necessarie le
testimonianze disperate che gli operai hanno confidato agli attivisti umanitari,
rischiando il licenziamento e la perdita del salario se le loro
identità vengono scoperte. "In ogni reparto lavorano ragazzi tra i 14 e i
16 anni", dicono le testimonianze interne: uno sfruttamento di minori
che in teoria la Cina ha messo fuorilegge. La giornata di lavoro
inizia alle 7.30 e finisce alle 21 con due pause per pranzo e cena, ma
oltre l'orario ufficiale gli straordinari sono obbligatori.
Nei mesi di punta d'aprile e maggio, in cui la Timberland aumenta gli
ordini, "il turno normale diventa dalle 7 alle 23, con una domenica
di riposo solo ogni 2 settimane; gli straordinari s'allungano ancora e
i lavoratori passano fino a 105 ore a settimana dentro la fabbrica".
Gli informatori dall'interno dello stabilimento hanno fornito 4
esemplari di buste paga a China Labor Watch. La paga mensile è di 757 yuan
(75 euro) "ma il 44% viene dedotto per coprire le spese di vitto e
alloggio". Vitto e alloggio significa camerate in cui si ammucchiano 16
lavoratori su brandine di metallo, e una mensa dove "50 lavoratori
sono stati avvelenati da germogli di bambù marci". In fabbrica i
manager mantengono un clima d'intimidazione "incluse le violenze fisiche;
un'operaia di 20 anni picchiata dal suo caporeparto è stata ricoverata
in ospedale, ma l'azienda non le paga le spese mediche".
Un mese di salario viene sempre trattenuto dall'azienda come arma di
ricatto: se un lavoratore se ne va lo perde. Altre mensilità vengono
rinviate senza spiegazione. L'estate scorsa il mancato pagamento di
un mese di salario ha provocato due giorni di sciopero.
Anche il fornitore della Puma è nel Guangdong, località Dongguan. Si
chiama Pou Yuen, un colosso da 30.000 dipendenti. In un intero
stabilimento, l'impianto F, 3.000 operai fanno scarpe sportive su
ordinazione per la multinazionale tedesca. La lettera di un operaio descrive
la sua giornata-tipo nella fabbrica. "Siamo sottoposti a una
disciplina di tipo militare. Alle 6.30 dobbiamo scattare in piedi, pulirci le
scarpe, lavarci la faccia e vestirci in 10 minuti. Corriamo alla
mensa perché la colazione è scarsa e chi arriva ultimo ha il cibo
peggiore, alle 7 in punto bisogna timbrare il cartellino sennò c'è una multa
sulla busta paga. Alle 7 ogni gruppo marcia in fila dietro il
caporeparto recitando in coro la promessa di lavorare diligentemente. Se non
recitiamo a voce alta, se c'è qualche errore nella sfilata, veniamo
puniti. I capireparto urlano in continuazione. Dobbiamo subire,
chiunque accenni a resistere viene cacciato. Noi operai veniamo da lontani
villaggi di campagna. Siamo qui per guadagnare. Dobbiamo sopportare
in silenzio e continuare a lavorare. (...) Nei reparti-confezione puoi
vedere gli operai che incollano le suole delle scarpe. Guardando le
loro mani capisci da quanto tempo lavorano qui. Le forme delle mani
cambiano completamente. Chi vede quelle mani si spaventa. Questi operai
non fanno altro che incollare... Un ragazzo di 20 anni ne dimostra 30
e sembra diventato scemo. La sua unica speranza è di non essere
licenziato. Farà questo lavoro per tutta la vita, non ha scelta. (...)
Lavoriamo dalle 7 alle 23 e la metà di noi soffrono la fame. Alla mensa
c'è minestra, verdura e brodo. (...) Gli ordini della Puma sono
aumentati e il tempo per mangiare alla mensa è stato ridotto a mezz'ora.
(...) Nei dormitori non abbiamo l'acqua calda d'inverno".
Un'altra testimonianza rivela che "quando arrivano gli uomini
d'affari stranieri per un'ispezione, gli operai vengono avvisati in
anticipo; i capi ci fanno pulire e disinfettare tutto, lavare i pavimenti;
sono molto pignoli".
Minorenni alla catena di montaggio, fabbriche gestite come carceri,
salari che bastano appena a sopravvivere, operai avvelenati dalle
sostanze tossiche, una strage di incidenti sul lavoro.
Dietro queste piaghe c'è una lunga catena di cause e di complicità.
Il lavoro infantile spesso è una scelta obbliga per le famiglie. 800
milioni di cinesi abitano ancora nelle campagne dove il reddito medio
può essere inferiore ai 200 euro all'anno. Per i più poveri mandare i
figli in fabbrica, e soprattutto le figlie, non è la scelta più
crudele: nel ricco Guangdong fiorisce anche un altro mercato del lavoro
per le bambine, quello della prostituzione. Gli emigranti che arrivano
dalle campagne finiscono nelle mani di un capitalismo cinese
predatore, avido e senza scrupoli, in un paese dove le regole sono spesso
calpestate. Alla Kingmaker che produce per la Timberland, gli operai
dicono di non sapere neppure "se esiste un sindacato; i rappresentanti
dei lavoratori sono stati nominati dai dirigenti della fabbrica".
Le imprese che lavorano su licenza delle multinazionali occidentali,
come la Kingmaker e la Pou Yuen , non sono le peggiori. Ancora più in
basso ci sono i padroncini cinesi che producono in proprio. Per il
quotidiano Nanfang di Canton, i due giornalisti Yan Liang e Lu Zheng
sono riusciti a penetrare in un distretto dell'industria tessile dove
il lavoro minorile è la regola, nella contea di Huahu. Hanno
incontrato Yang Hanhong, 27 anni, piccolo imprenditore che recluta gli operai
nel villaggio natale. Ha 12 minorenni alle sue dipendenze. Il suo
investimento in capitale consiste nell'acquisto di forbici e aghi, con
cui i ragazzini tagliano e cuciono le rifiniture dei vestiti. "La
maggior parte di questi bambini - scrivono i due reporter - soffrono di
herpes per l'inquinamento dei coloranti industriali. Con gli occhi
costretti sempre a fissare il lavoro degli aghi, tutti hanno malattie
della vista. Alla luce del sole non possono tenere aperti gli occhi
infiammati. Lamentano mal di testa cronici. Liu Yiluan, 13 anni, non può
addormentarsi senza prendere 2 o 3 analgesici ogni sera. Il suo
padrone dice che Liu gli costa troppo in medicinali".
Se mai un padrone venisse colto in flagrante reato di sfruttamento
del lavoro minorile, che cosa rischia? Una multa di 10.000 yuan (mille
euro), cioè una piccola percentuale dei profitti di queste imprese.
La revoca della licenza invece scatta solo se un bambino "diventa
invalido o muore sul lavoro". Comunque le notizie di processi e multe di
questo tipo scarseggiano. La battaglia contro lo sfruttamento del
lavoro minorile non sembra una priorità per le forze dell'ordine.
Tra le marche straniere Timberland e Puma sono il campione
rappresentativo di una realtà più vasta. Per le opinioni pubbliche occidentali
le multinazionali compilano i loro Social Reports, quei "rapporti
sulla responsabilità sociale d'impresa" di cui la Nike è stata il
precursore. Promettono trasparenza sulle condizioni di lavoro nelle
fabbriche dei loro fornitori. Salvo "scoprire" con rammarico che i loro
ispettori non hanno visto, che gli abusi continuano. Diversi auditor
denunciano il fatto che in Cina ora prolifera anche la contraffazione
delle buste-paga, i falsi cartellini orari, le relazioni fasulle degli
ispettori sanitari: formulari con timbri e numeri artefatti per
simulare salari e condizioni di lavoro migliori, documenti da dare alle
multinazionali perché mettano a posto le nostre coscienze. La Nike nel
suo ultimo Rapporto Sociale dice delle sue fabbriche cinesi che "la
falsificazione da parte dei manager dei libri-paga e dei registri degli
orari di lavoro è una pratica comune".
La parte delle belle addormentate nel bosco non si addice alle
multinazionali. I loro ispettori possono anche essere ingenui ma i numeri,
i conti sul costo del lavoro, li sanno leggere bene in America e in
Germania (e in Francia e in Italia). La Puma sa di spendere 90
centesimi di euro per un paio di sneakers, gli stessi su cui poi investe ben
6 euro in costose sponsorizzazioni sportive. La Timberland sa di
pagare mezzo euro l'operaio che confeziona scarpe da 150 euro.
Hu Jintao, presidente della Repubblica popolare e segretario generale
del partito comunista cinese, ha accolto lunedì a Pechino centinaia
di top manager, industriali e banchieri stranieri venuti per il Global
Forum di Fortune. Il discorso di Hu di fronte ai rappresentanti del
capitalismo mondiale è stato interrotto da applausi a scena aperta. Il
quotidiano ufficiale China Daily ha riassunto il suo comizio con un
grande titolo in prima pagina: "You come, you profit, we all prosper".
Voi venite, fate profitti, e tutti prosperiamo. Non è evidente chi
sia incluso in quei "tutti", ma è chiaro da che parte sta Hu Jintao.

Dopo aver letto questo pezzo sono andato al negozio della Levi's su Michigan Avenue, luogo dove in passato ho compato jeans. Stavolta sono andato a scuriosare per vedere le etichette del "Made in..."  tutti i capi riportavano made in China, Hong Kong, Mexico.

Ho guardato l'etichetta delle adidas che indossavo: Made in Indonesia.

Sono andato un po' in corto circuito. E adesso che si fa?

Postato da: nicoway a 14:49 | link | commenti (1)
nordamerica

martedì, 07 giugno 2005
Sao Paulo. Samba do criolo doido.

Se dico Brasile… la prima cosa che vi è venuta in mente, così  a getto…
 
un immagine forse? Non so cosa voi abbiate pensato, ad una spiaggia, frutta, paesaggi, alla bandiera… qualsiasi cosa abbiate pensato avrà colori vivaci. Sbaglio?
 
 
Nell’immaginario e nella realtà il Brasile è un paese molto colorato, nei paesaggi, negli oggetti, nelle persone, e la bandiera… vogliamo parlare di quella stupenda bandiera verde amarela? E di quando vediamo i brasiliani colorarsi il viso di quei colori negli stati o al carnevale? Le lacrime che scendono dai loro occhi per l’emozione? La saudade, quel sentimento unico che ogni brasiliano ha lontano da casa? Tutto questo non  è colore, calore, passione?
 
E la lingua? Musicale, armonica, calda, “colorata” anch’essa.
 
La mia breve sosta a San Paolo la settimana scorsa è stata segnata soprattutto da questo, dalla lingua, le frasi fatte, i modi di dire che riassumono tutto, mi sono divertito molto, da lì si partiva nei discorsi… e poi si approfondiva.
 
 
 
(Veduta da torre Banespa verso av Paulista a sx e Praca da Sè con Catedral a dx)
 
SAMBA DO CRIOLO DOIDO
 
Vado in centro per la solita passeggiata, Praca da Sé con la sua cattedrale e soprattutto la sua ”umanità”, occhio al portafoglio soprattutto dopo il tramonto in zona… fatta un po’di attenzione è un ambiente, un micromondo, molto stimolante, ci trovi il povao della classe bassa, evangelisti che predicano, bande di musica repentista (due persone), meninos de rua, disoccupati, occupati con occupazioni momentanee, gente in transito, e tanto altro. Dicevo fra Praca da Sé e Praca da Repubblica, una passeggiata che non mi faccio mai mancare, un luogo  a dire il vero poco battuto dalla classe media e quasi sconosciuto dalla classe alta. Tanti stranieri nemmeno arrivano a metterci piede finendo per pensare che il centro della città sia l’Avenida Paulista… certo non sarà come essere fra Piazza Navona e San Pietro però è pur sempre il centro storico della città. Va visto per l’umanità che lì si muove e vive…
Al solito vado a salutare il mio “spacciatore” di pantaloni e bermuda con tasconi, ha un banco non abusivo in mezzo ad un strada in cui molti sono abusivi. Si chiama Marcos, è originario del nord est, stato di Cearà, quando mi vede arrivare all’improvviso è sempre bello… “O Nicola… voltou… como vai?”.
 
 
Stavolta appena dopo i saluti di rito mi fredda con una domanda, ancor prima che io parta con le mie su Lula e il Brasile… “E là na Europa? Que è isso da Costitucao?  Franca e a Olanda… porra aqui isso parece “Samba do criolo doido”.
Penso non ci sia bisogno di tradurre, è lo stupore per il NO alla Costituzione europea. Mi colpisce come sia informato, scopro in seguito che il Brasile è molto informato e sensibile a questo tema. “Samba do….”  per loro significa “confusione generalizzata”. Il samba già in sé é confusione, ma quella di un creolo impazzito diventa caos generale, strumenti che impazziscono, un batteria che sovrasta la musica…  I brasiliani vedono così questa situazione europea, una gran confusione.
Mi stupisce che abbiano tutto questo interesse per la notizia, che vogliano parlarne, anche se pensandoci, conoscendoli ormai un po’, non dovrei stupirmi, i brasiliani amano parlare, “conversar”, di tutto e infatti…
 
BRASILEIRO TEM OPINIAO SOBRE TUDO, MAS ELE NAO SE SENTE AFETADO POR NADA
 
Neanche questa frase mi sembra sia necessario tradurla, è bellissima così…
 
E’ uscita da una cara amica, Silvia, giornalista “paulistana”, brasiliana orgogliosissima di esserlo, guai a mischiare il portoghese con parole che escono in ispanoargentino…
Le chiedevo del nuovo Papa e di come è stata “accolta” la notizia dal popolo brasiliano. Mi dice che avrebbero preferito un sudamericano (guarda caso…) o un africano e che se ne è parlato molto in quel momento, si è discusso, il nuovo Papa non li fa impazzire ma come dice lei: brasileiro tem opiniao sobre tudo… mas ele nao se sente afetado por nada.
In questo caso significa che se ne è parlato molto ma che loro non si sentono coinvolti direttamente dalla cosa (da nessuna cosa…), il nuovo Papa non inciderà sulla loto vita, così pensano. A differenza di ciò che pensiamo o temiamo noi italiani. Porra, o Vaticano tà aquì, nao è?
 
AQUI O CRIME VIRA PRESTACAO DE SERVICOS…
( E EU PAGUEI 20 REAIS PARA ELE COMETER O CRIMEN, E’ INCREIVEL, NAO E’?)
 
Ho appuntamento per pranzare con Silvia e la vedo arrivare in taxi, strano penso… mi aveva detto sarebbe venuta con la sua auto. “Ho chiuso la macchina con le chiavi dentro e ora non riesco più ad aprirla, che suonata che sono!”. E adesso? Chiedo io. “ Ho chiesto al taxista...conosce un “ex” ladro d’auto, ci sentiremo dopo per un appuntamento e  “ o ladrao” verrà ad aprirmi l’auto, prezzo concordato 20 reais. Ho dimenticato di chiederle se il ladrao gli ha poi rilasciato la ricevuta per la prestazione… Da lì è uscita quella frase “ qui (in Brasile…) il crimine diventa (può diventare), una prestazione, un servizio!”.
 
In effetti la creatività dei brasiliani è straordinaria, riescono ad inventare nuove professioni con grande facilità. Magari le creano proprio da un attività criminosa.
Una professione (fra le tante) che si vede solo in Brasile ( o perlomeno io l’ho vista solo lì) è quella del “Plaqueiro”. Una persona, seduta in mezzo ad una strada pedonale, con al collo una “placa”, un cartellone di annunci. La foto sotto rende l’idea molto meglio delle mie parole.
 
 
 
 
Mi sono fermato a chiacchierare un po’ con loro, quando ho tirato fuori la macchina fotografica mi son fatto notare da loro appositamente, volevo che si sentissero liberi di dirmi se non volevano essere fotografati. Si sono incuriositi a vedermi con la macchina fotografica e via a conversar... di dove sei etc... Scopro che molti sono pensionati o invalidi che arrotondano un po’ le basse pensioni. Il salario per questo lavoro è molto basso ma unito alla pensione molto bassa rende il tutto un “molto basso+molto basso=basso” con cui si può vivere.
E’ un lavoro, non sono ridicoli anche se ad una prima occhiata potrebbero apparirlo. Se stanno lì e ricavano un ingresso è perché sono utili e svolgono un servizio con un utilità commerciale, le compagnie di servizi non li pagherebbero se non avessero un ritorno, sicuramente non regalano loro niente. Piacere Senor Adriano,  aposentado (pensionato) e plaqueiro. 
 
ELE SE ACHA A BALA QUE MATOU KENNEDY
 
Quando ho sentito questa espressione quasi sono caduto dal ridere. E’ un modo di dire tipico del nordest per indicare una persona che si da molte arie.
 “Si crede la pallottola che ha ucciso Kennedy”.
A me fa svenire, e sentirla dire da loro in portoghese “gne gne gne, inho inho inho” fa un effetto ancor più devastante.
 
Parliamo di cose serie por favor…
 
Partiamo dal clima per arrivare all’Amazzonia.
 
 
(Amazzonia, foto fatte nel novembre 2003)
 
O CLIMA ESTA’ DESTORCIDO
 
Marcos non trovi che faccia molto caldo qui a Sampa? siamo in pieno inverno ormai. “ O Nicola, meu filho, o clima està destorcido, mudou muito”. Che tema questo, il cambiamento climatico che si nota anche in Brasile, proprio qui, vicino al polmone del mondo. E Marcos attacca con la notizia bomba del giorno precedente. La Polizia Federale (PF) ha appena sgominato nello stato del Mato Grosso una banda di 87 persone che dall’inizio del lavoro “sporco” hanno fatto fuori illegalmente un discreto pezzo di Amazzonia. Della banda criminale facevano parte altissimi funzionari, la cupola, dell’IBAMA,  Istituto brasiliano dell’ambiente, l’organismo incaricato del controllo della foresta e della deforestazione. Al solito, chi doveva controllare che non si commettessero i reati li compie in prima persona. Che schifo. Mi fa incazzare perché a causa di un sistema marcio e corrotto, di personaggi disgustosi, il polmone verde viene attaccato e i riflessi di quel mutamento ricadono su tutto il pianeta. E questi magari si faranno solo un paio d’anni di carcere. Mi consolerebbe saperli nelle carceri brasiliane, ma quelle toste. Il sistema penitenziario in Brasile è molto violento, tremendo, in questo caso, per queste persone si può chiudere un occhio…
 
 
 
              (Amazzonia nei dintorni di Marabà, sud dello stato di Parà, nov 2003)
 
Però ferma tutto... Non è che il parquet che ho in casa proviene da là... Mi viene male… Nico pensa che probabilmente cosapevolmente o non anche  tu contribuisci a tutto questo. Pensa che se un giorno regalerai un diamante ad una donna (e chi mi ci vede a farlo…?) forse questo sarà stato estratto in Sierra Leone e per esso saranno state tagliate una decina di braccia a bambini vittima di questo sporco commercio.
Alcuni dati del business della banda, impressionanti: il volume di legname trasportato illegalmente dalla banda sarebbe sufficiente a caricare 76000 tir. Messi tutti in fila coprirebbero la distanza fra Rio de Janeiro e Brasilia!!! o fra Reggio Calabria e Bolzano!!!
( I dati sono tratti da: Folha de Sao Paolo, 3 giugno 2005)
 
 
                         (dintorni di Marabà, nov 2003, area deforestata da poco...)
 
Marcos mi dice che se c’è stata questa grande retata è anche e soprattutto grazie alle pressioni fatte dall’Europa nelle ultime settimane, l’attenzione che si è posta sul fenomeno dopo che sono uscite le cifre sull’aumento della deforestazione amazzonica  negli ultimi due anni. E Lula?
 
 
E LULA QUE FAIZ?
 
Giudizio personale sulla sua politica sospeso, ne so ancora troppo poco. Mi sembra di avvertire che gran parte dei brasiliani continuano a sostenerlo, ma è un impressione, potrei sbagliarmi. Certo… si lamentano. Si aspettavano cambiamenti con il suo arrivo e invece poco e niente viene percepito come “cambiato”.
E' una critica che gli viene spesso rivolta, la lentezza delle riforme, dei cambiamenti, e lui, Presidente colorato come solo un brasiliano può essere, in un discorso avrebbe detto che lui stesso, macho pernambucano, pur avendo messo incinta sua moglie la prima notte di nozze ha dovuto attendere ben nove mesi per veder nascere suo figlio!”. Non male...
Il Presidente che a volte accoglie i giornalisti in infradito e pantaloncini da mare, un personaggio, sicuramente. Sicuramente uno del povao (popolone), con tutti i pro e contro della cosa. Ognuno valuterà se sono più i pro o i contro…
 
 
 
OLEO VEGETAL
 
Marcos mi da un’altra notizia. E’ pronto il progetto per vendere nelle pompe di benzina la miscela diesel e olio vegetale. La Petrobras, colosso petrolifero brasiliano, e il governo (Marcos ne parla con orgoglio) distribuiranno una miscela con l’80% di diesel e il 20% di olio vegetale di cui il Brasile è ricchissimo, olio di dendè, girasole. Ricordo com’è andata a finire qui con l’olio di colza… tutto annullato. Il Brasile ha un due facce molto distanti, tutti sappiamo che è un paese di contrasti enormi. In questo caso è all’avanguardia, una potenza da prendere come riferimento.
 
I contrasti del Brasile, altro tema delicatissimo.
 
Nelle settimane scorse è uscito uno studio che mostra l’enorme disparità di ricchezza all’interno del paese. Questo studio ha ricordato ai brasiliani una problematica forte, esplosiva.
Il Brasile è il secondo peggior paese al mondo in quanto a concentrazione della ricchezza. Viene superato solo dalla Sierra Leone.
In Brasile l’1% più ricco della popolazione detiene la stessa ricchezza del 56% dei più poveri. In Brasile ci sono circa 176 milioni di persone, 1,7 milioni messi insieme hanno lo stesso patrimonio dei 95 milioni più poveri.
Non veniva detto nulla di nuovo o inaspettato ma fa sempre bene ricordarselo. Fa un certo effetto sapere di essere il secondo paese peggiore al mondo in questa triste classifica.
Questo contrasto è evidente, soprattutto nelle grandi città, nello spazio di un centinaio di metri si può passare da una condizione di estrema ricchezza e benessere ad una di grande povertà ed indigenza, abbandono. Nei piccoli centri i contrasti sono molto più soft.
 
Rio è famosa anche per questo contrasto, per le favelas che quasi sfiorano i palazzi dei benestanti, la morfologia del terreno ti aiuta a distinguere bene, l’occhio rimane impattato da questa visione. A San Paolo succede molto meno, la morfologia non aiuta, ma i contrasti non sono affatto inferiori, anzi. San Paolo è la città più ricca del Brasile, in certi quartieri ci sono case da sogno, centri commerciali lussuosissimi, parchi e giardini curatissimi. Dall’alto vedi una marea di eliporti e piscine sui grattacieli. Dall’altra parte, all’estremo opposto, catapecchie senz’acqua, povertà, violenza tremenda. Tutte cose che conosciamo…
 
 
Nel pomeriggio passeggiavo in centro e mi imbattevo in immagini visive un po’ crude, la sera stessa andavo in un ristorante sushi giapponese dove ciò che si pagava di conto equivaleva al salario di un mese di una persona.
 
 
Era l’una di notte e nel ristorante c’era ancora tanta gente, persone del Brasile che “ha” tanto. Il sushi era francamente buonissimo, niente da invidiare a quello mangiato ad Osaka, il servizio di primissimo livello, la pulizia, l’ambiente… Ripeto, il cibo era buonissimo ma devo essere sincero, non me lo sono affatto gustato. Non ho mangiato di gusto… non è difficile capire il perché, basta fermarsi un attimo coi bastoncini e andare con la mente a chi c’è  fuori, a poca distanza dal locale…
 
 
Post Scriptum: a San Paolo si mangia benissimo, qualsiasi tipo di cucina, italiana, giapponese, cinese, brasil carne, brasil nord este, brasil mineira etc…
 
Per i brasiliani è tutto normale, convivono con questa realtà e pur sensibili non possono fermarsi continuamente coi bastoncini davanti ad un tekkamaki. Per me è diverso, vedere certe scene nel pomeriggio e poi catapultarmi in un locale del genere dopo poche può fare un effetto di quel tipo. Ringrazio chi mi ha invitato in quel locale, sul serio, ci mancherebbe. La prossima volta però invito io, a mangiare uno spiedino di carne in strada. L’unico accorgimento sarà il non mangiare “carne de gato”… succede anche questo…
 
Chiudo questi appunti con un personaggio che, anche questo, non poteva che essere brasiliano:
 
BEIJOQUEIRO
 
Tradotto è “baciatore”. Ho scoperto della sua esistenza proprio in questa “tornata” paulista.
Il senor Beijoqueiro, all’anagrafe Josè Alves de Moura, è un personaggio noto per cercare di baciare il maggior numero di persone possibile, sembra sia arrivato a 150.000, le sue “vittime” predilette e che gli hanno dato notorietà sono i personaggi famosi, riuscì  a baciare Frank Sinatra nel suo concerto al Maracanà, Pelè, Scolari,tanti altri e … nel 1980, Papa Joao Paulo II, Karol Woytila… in visita in Brasile.
Tutti i paesi hanno questi personaggi un po’ speciali, in Inghilterra quello che si spoglia negli stadi e corre, in Italia quello noto per “disturbare” e perseguitare i giornalisti, nota la scena di Frajese che a Parigi gli tira ‘na bella botta nei coglioni, o il tipo vestito da diavoletto che segue il giro d’Italia. In Brasile chi hanno? Il baciatore! Non poteva che essere brasiliano, lo ripeto. I brasiliani ne vanno piuttosto orgogliosi, ne hanno fatto una canzone (“Adoro o beijoqueiro / Que não tá nem aí  /Orgulho brasileiro /Herói que não tá no gibi”)  e addirittura un cortometraggio dal titolo ”O Beijoqueiro, portrait of a serial kisser". In fondo non faceva assolutamente niente di male, il suo non era un invito alla violenza, ma un messaggio d’amore, baciare la gente, il più delle volte sulla guancia, immagino...
 
 
(J.A. de Moura, Beijoqueiro, a Rio)            (Beijoqueiro ha una crisi nervosa dopo aver baciato il Papa, 12/07/80)
 
Ci pensate? Le guardie del corpo dei personaggi famosi dormivano sonni inquieti perché temevano di non riuscire a bloccare Beijoqueiro e di fatto quasi mai ce la facevano, sbucava all’improvviso e smack!  Se c’è riuscito anche col Papa…
 
A San Paolo nei giorni scorsi mi son proprio divertito e credo si noti da ciò che ho scritto. C’è stato nel giro di pochissimo tempo anche un discreto arricchimento per capire un pizzico in più del paese che loro chiamano “Paraiso”, arrivano a cantare che Dio è brasiliano... spero in caso si adoperi per sistemare anche le tremende ingiustizie…
Mi son divertito anche a scrivere queste righe, sapevo sarebbe stato così. Ringrazio Marcos come fonte di notizie e la cara Silvia che mi  aiuta da tempo nella comprensione della brasilianità.
 
Post Post  Scriptum.
In Brasile esiste anche il concetto di “amizade colorida”. Lo tratterò in un altro momento, il pentolone di argomenti è pieno, quasi da "sambra do criolo doido".

Postato da: nicoway a 17:19 | link | commenti
america latina

lunedì, 06 giugno 2005
Y agora... alegria

Una delle città più belle del mondo, non foss'altro per il contesto naturale in cui è inserita, la Bahia de Guanabara. Chiaramente qui il giochetto del "dov'è" non vale, troppo semplice... in un commento erano usciti i nomi Corcovado, Pao de Acucar... eccoli. La foto non è fatta dal cielo ma dalla cima del Pao. Alegria, samba, calor, festa... ma non solo...

Postato da: nicoway a 14:35 | link | commenti

Da Bagnolo in Piano (RE)

Oggi avevo intenzione di mettere giù due appunti sui giorni scorsi in Brasile ma proprio poco fa ho raccolto una testimonianza, dei ricordi, proprio dal luogo in cui sono nato.
Il tutto è correlato in parte ad un tema povertà-ricchezza di cui vorrei accennare quando tratterò il Brasile. Chiaramente non si possono fare paragoni o confronti con facilità, e infatti non lì farò, tratterò le cose separatamente.
 
La “testimonianza” arriva da mio padre, casualmente ci si è messi a parlare della situazione attuale, del fatto che abbiamo raggiunto l’apice di un benessere generalizzato e forse dobbiamo attenderci per il futuro una discesa nella parabola, anche se mai credo si potrà tornare indietro di 60 anni…
 
Far me e mio padre ci sono 31 anni di differenza ma a sentirlo parlare della sua infanzia sembra incredibile, sembrano non solo passati secoli, sembra di sentir parlare di un paese che non è il mio, tanto la sento distante come realtà.
 
 
Mio padre quando ha cominciato la scuola elementare non sapeva il nome di suo padre e non perché non esistesse o fosse scappato ma semplicemente perché non c’era mai, era sempre piegato a lavorare nei campi, tornava alla notte quando lui già dormiva. Sua madre, mia nonna, ebbe le doglie in campagna, corse a casa e partorì.
 
Da bambino mangiava la buccia delle arance, gli è capitato di mangiare gatti, ha scoperto prestissimo cosa significa soffrire la fame.
 
Non ha mai fatto i compiti non perché non gli andasse di farli ma perché nel pomeriggio andava a lavorare da un fabbro, fino a sera tardi.
 
Non ha fatto le scuole medie, non perché non lo volesse ma perché assolutamente non poteva, doveva lavorare, aveva 5 fratelli. A 12 anni lavorava in un caseificio, non c’erano sabati o domeniche, si cominciava col sorgere del sole o anche prima e si terminava dopo il tramonto.
 
Non sembrano racconti di mondi lontani? Eppure è stato qui… e non 5 generazioni fa…
 
Potrei fare tante altre considerazioni ma… per il momento mi fermo qui. Penso sia giusto ricordare da dove veniamo, da dove vengo, fermarsi un attimo a riflettere.
 
 

Postato da: nicoway a 14:25 | link | commenti (6)
varie

sabato, 04 giugno 2005
Da Milano

Appunti da Milano...

Rientrato dal Brasile da pochissime ore dopo una notte trascorsa in volo...

 

la tentazione, malgrado la stanchezza, di partecipare al gay pride è stata molto forte. Ne è valsa la pena, il tutto era divertente e particolarmente colorato. Personalmente non mi piace la definizione di questa manifestazione "gay pride", orgoglio gay... Mi sembra che il termine sia provocatorio e forse un po' datato ormai. Dico questo perchè considero l'omosessualità una cosa assolutamente normale, una "diversità" normale. C'è da essere forse  orgogliosi di essere omosessuali? Non credo, tanto quanto essere etero almeno, esserne orgogliosi ne enfatizza secondo me la "differenza" e non la assoluta normalità della cosa. Questa manifestazione la chiamerei che so... "gay carnaval" o "gay day", poi però vorrei anche "l'etero day" dando per riconosciuta la normalità di essere gay o etero e festeggiando la ricchezza della diversità di gusti.

Ma chi sono io per dare indicazioni? nessuno... giusto "por parler" (se dice asì en frances?)

A questa parata hanno partecipato come protagonisti non solo gay ma anche trans, travestiti, prostitute. L'ho  vista più come una festa di "minoranze" che per un giorno chiedono visibiltà, poter gridare al mondo che esistono, sono tanti e non sono affatto extraterrestri ma persone come tutte le altre in tutto e per tutto, salvo in una cosa... che però non deve far paura a nessuno.

Direi divertente e dissacratoria come parata festosa.

 

 

 

                                       

                                        Qualche slogan...

 

Gli appunti dal Brasile dei giorni scorsi li devo riordinare, troppo materiale raccolto, troppi spunti dal "pais tropical..."

Continua il giochetto delle foto dall'alto... quella in alto è una "rocca" molto famosa, ripresa stamattina alle 10.

 

Postato da: nicoway a 23:28 | link | commenti (6)